venerdì 1 giugno 2012

i registi 14 - Tonino Valerii 1

Tonino Valerii 
da Lanky Fellow a Nessuno



Parte 1

Curioso che, in questi anni di riscoperte e di più o meno spericolate rivalutazioni di registi del nostro cinema di genere, il nome di Tonino Valerii risulti abbastanza trascurato e non lo si veda apparire con frequenza in cima alla liste dei grandi del nostro western. Eppure rimane sicuramente tra i massimi registi degli "spaghetti", avendone diretti cinque, tutti interessanti e tre dei quali possono essere senz’altro considerati dei classici assoluti del filone.

“Tonino Valerii fino a qualche anno fa era considerato alla stregua di un Corbucci, ma ultimamente è stato abbastanza ridimensionato dalla critica, forse perché i suoi western sono tra quelli che sembrano reggere meno bene al passare del tempo. Inoltre probabilmente certe sue “esternazioni”, contro Leone in primis, fatte negli ultimi anni prima della sua scomparsa hanno probabilmente contribuito a renderlo piuttosto inviso all’ambiente. L’odio di Valerii verso Leone (motivato dalle ben note vicende de Il mio nome è Nessuno) è tanto più singolare se si considera che, tra i numerosi autori del western italiano, Valerii è probabilmente il più “leoniano” (infatti non a caso il Maestro lo scelse per Il mio nome è Nessuno), quello che per costruzione delle sequenze, cura dei dettagli e respiro epico sembra averne recepito più a fondo la lezione." (Mauro Mihich) 


1966 PER IL GUSTO DI UCCIDERE
di Tonino Valerii, con Craig Hill, George Martin, Fernando Sancho, Rada Rassimov, Pietro Lulli, Franco Ressel, George Wang

Per quanto sia di gran lunga il meno conosciuto, il meno ambizioso e il meno citato dei suoi western, questo suo strepitoso esordio è forse davvero il suo film migliore, come in maniera apparentemente provocatoria sostiene Marco Giusti nel suo "Dizionario del western all'italiana". Proprio perché il più slegato dal tipico stile leoniano che lo contraddistinguerà nei film successivi, è infatti il suo film più originale e unico. È un film prosciugato e secchissimo, che sembra diretto dal più cinico e beffardo Don Siegel, una delle tante varianti di "Per qualche dollaro in più", con una banda di bandoleros interessata ad una cassa d’oro e il protagonista interessato alle taglie sulle loro teste. Una vera sagra di spietati ammazzamenti e gelida avidità, che mette in scena uno dei personaggi più memorabili degli spaghetti western: il Lanky Fellow di un indimenticabile Graig Hill, occhi di ghiaccio e sorriso imperturbabile.


Un "buono", quello interpretato da Hill, decisamente sui generis: totalmente amorale e indifferente verso qualsiasi cosa non siano i soldi, addirittura un analfabeta che sa leggere solo le cifre delle taglie, un killer che preferisce uccidere a distanza mediante un fucile con binocolo evitando gli scontri diretti ( "Non vado mai dove posso mandare un proiettile" dice ad un certo punto), un avvoltoio che uccide le sue vittime solo quando la taglia gli pare adeguata, capace di assistere al massacro di una scorta senza battere ciglio. La presenza di un protagonista tanto cinico crea per tutto il film la curiosa sensazione che i suoi pur spietatissimi antagonisti siano più delle vittime che non dei carnefici. Per altro l’unico vago accenno di un rapporto umano presente nel film è quello dei capo dei banditi con la sua donna (un’intensa Rada Rassimov) . Davvero curioso che un film simile sia stato diretto da un regista che in seguito si farà notare invece per dei western pieni di istanze morali e dubbi pacifisti.


Oltre a Carig Hill, il film può contare su cast di primordine con tutte le facce migliori e più caratteristiche del genere, a cominciare dal capo dei cattivi interpretato da un convincete George Martin, che come ne Il ritorno di Ringo dimostra che come personaggio negativo funzionava meglio che come protagonista. L’immancabile Fernando Sancho invece esce di scena nel memorabile prologo.
Confezione di lusso, con la splendida e ariosa fotografia del futuro regista Stelvio Massi, un doppiaggio di primordine e l'efficacissima colonna sonora di Nico Fidenco. 


1967 I GIORNI DELL’IRA
di Tonino Valerii, con Lee Van Cleef, Giuliano Gemma, Walter Rilla, Christa Linder, Yvonne Sanson, Andrea Bosic, Benito Stefanelli, Al Mulock 

Anche il suo secondo western è un classico assoluto degli spaghetti western. Rispetto al gelido distacco di "Per il gusto di uccidere" ne "I giorni dell’Ira" c’è parecchia introspezione, uno stile avvolgente alla Leone e un’ ironia meno ghignante. È invece ulteriormente accentuata l'aria "pop" e moderna dei nostri western, come nel fantastico, delirante e anacronistico saloon in stile liberty che si fa costruire Lee Van Cleef, con tanto di colonne a forma di pistola. Il film metteva insieme per l’unica volta le due star assolute (insieme a Clint Eastwood) del western italiano di quel periodo, un giovane e prestante Giuliano Gemma e un Lee Van Cleef totem vivente, i cui nomi all'epoca garantivano incassi spaventosi.


"[…]"I giorni dell’ira" è tra i suoi film migliori, con grandi momenti western, duelli ottimamente orchestrati (memorabile quello a cavallo con fucile ad avancarica), scene madri studiate alla perfezione e grandi dialoghi (le famose dieci lezioni del maestro all’allievo). Inoltre può vantare una robusta struttura quasi da western classico e anche una certa profondità psicologica, con la contrapposizione simbolica padre-figlio (qualcuno l’ha vista metaforicamente anche come contrapposizione western americano-western italiano, con l’allievo che non a caso uccide il maestro)." (Mauro Mihich) 

Per rendersi conto di come nel '67 il western italiano fosse avanti anni luce rispetto a quello americano basta confrontare "I giorni dell'Ira" con il coevo "Sfida oltre il fiume rosso" di Richard Thorpe, che racconta una storia molto simile. Basti dire che, come da tradizione del western classico, nel film americano è il personaggio anziano e moraleggiante interpretato da Glenn Ford che uccide il più giovane.


"Certo non manca qualche ingenuità (la pistola di Doc Holliday, Gemma che da spazzino diventa immantinente un tiratore infallibile) ma il gran senso del ritmo e del racconto la fanno passare in secondo piano. Viene anche da chiedersi quanto meno riuscito sarebbe stato senza il grande Lee Van Cleef nella parte del vecchio pistolero, che veramente traina il film, anche se comunque anche Gemma è perfetto, in una parte peraltro per una volta assolutamente non scanzonata e ironica, ma anzi tremendamente seria, nel descrivere la maturazione caratteriale del suo personaggio. Ottimi anche tutti i caratteristi, sui cui spicca il leoniano Al Mulock, nel ruolo di Wild Jack. Bella anche la musica di Riz Ortolani, molto poco spaghetti e incredibilmente non presente nei duelli, che verrà ripresa da Quentin Tarantino in Kill Bill Vol. 1." (Mauro Mihich)


1968 IL PREZZO DEL POTERE
di Tonino Valerii, con Giuliano Gemma, Fernando Rey, Van Johnson, Warren Vanders, Antonio Casas, Benito Stefanelli, Frank Braña, José Calvo

Meno riuscito dei precedenti, ma comunque interessante. Impressionante come in quegli anni in un film di genere italiano si potesse affrontare un argomento che allora in America era ancora quasi impensabile (ancora nel 1974 un thriller come Perché un assassinio? di Alan J. Pakula, che ipotizzava l’esistenza di una società paragovernativa specializzata in omicidi di uomini politici, vinceva premi ai festival… di fantascienza). Raro caso di uno spaghetti con al centro lo sviluppo di una storia che non è solo un mero pretesto per delle scene ad effetto. Probabilmente il problema maggiore del film è la presenza di Gemma (comunque ottimo) come protagonista, presenza troppo ingombrante per un film dalla trama tanto intricata. Quando non è in scena ti chiedi dove sia finito, ma quando è in scena il film cambia fatalmente tono, spostandosi su scene ad effetto alla Ringo.


"Curiosissimo terzo “spaghetti” di Valerii, senza dubbio tra i più “politici” mai realizzati: in pratica si tratta dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy rivisitato in chiave western. Uscito sei anni dopo l’attentato a JFK, il film si permette anche, primo in assoluto, di mettere in discussione la versione allora ufficiale dell’assassino solitario (Harvey Oswald) e di sposare la teoria della cospirazione, cosa che il cinema americano farà soltanto diversi anni più tardi. Un presidente americano di nome John Garfield, come quello del film, comunque, è esistito realmente, anche se fu assassinato a Washington e non a Dallas."


"Nonostante le evidenti ambizioni del regista e della produzione, però, a parte qualche momento indovinato, il film non funziona troppo: la sceneggiatura è farraginosa e dispersiva, la regia di Valerii vigorosa, ma piuttosto statica, Van Johnson non convince come Presidente e Gemma è sottoutilizzato. Molto efficace, invece, Fernando Rey, per cui la parte del borghese corrotto e opportunista sembra fatta apposta (come capirà bene Buñuel). Gran ruolo anche per Benito Stefanelli, uno dei caratteristici storici, e ora dimenticati, del nostro western. Buona la musica di Bacalov. Sobria ed efficace la fotografia del futuro regista poliziottesco Stelvio Massi. Il protagonista è il primo personaggio di Gemma a chiamarsi Willer (il secondo sarà quello di Tex e il Signore degli Abissi)." (Mauro Mihich)


Continua...

martedì 29 maggio 2012

western brutti 3 - Per una bara piena di dollari

1971 PER UNA BARA PIENA DI DOLLARI di Demofilo Fidani. Con Jeff Cameron, Hunt Powers, Gordon Mitchell, Klaus Kinski, Simone Blondell.


Demofilo Fidani: un nome che evoca sciagure. Nascosto dietro svariati, improbabilissimi pseudonimi - Miles Deem, Dick Spitfire, Demos Philos, Nedo De Fida, Lucky Dickinson, Slim Alone per citarne solo alcuni -, è l'uomo che è riuscito a far pronunciare l'aggettivo "brutto" anche ai più scafati cultori del trash nostrano. Non che gli manchino sparuti, indefessi fans, appartenenti alla sfortunata categoria degli autolesionisti. Passato di moda il cilicio, infatti, pare si annullino con reiterate proiezioni di "Ed ora... raccomanda l'anima a Dio!", "Quel maledetto giorno d'inverno... Django e Sartana all'ultimo sangue", "Il suo nome era Pot... ma... lo chiamavano Allegria", "Era Sam Wallash... lo chiamavano 'E così sia'!". Contenti loro...

"Per una bara piena di dollari" credo sia uno dei suoi western più decenti, almeno stando a quanto si dice degli altri. Perlomeno ha una buona fotografia di Aristide Massaccesi, per chi si accontenta. Rimane comunque qualcosa di assolutamente delirante: la sceneggiatura è un'accozzaglia di luoghi comuni e spunti malamente rubati ai classici del genere, gli attori sono improponibili, la regia è di un dilettantismo che ha dell'incredibile, le musiche - del micidiale Lallo Gori - ricordano quelle che accompagnavano il roteare delle giostre a cavalli nei luna-park degli anni '60. Il bello è che il tutto è pure confezionato con un certo assurdo ma definito stile: sparatorie infinite girate con totale sprezzo di geometrie e verosimiglianza, con avversari che spuntano dal nulla e muoiono producendosi in versi belluini e strabilianti contorsioni, magari accompagnate da esageratissimi ralenti; un uso assolutamente folle del sonoro, con pistole che producono deflagrazioni degne di una bombarda del XV secolo e cavalli che, non si sa come, diffondono un assordante scalpiccio di zoccoli anche quando si muovono sulla morbida sabbia del deserto - deserto per modo di dire, visto che siamo in Ciociaria. L'utilizzo insistito della macchina a mano, invece, più che una scelta stilistica sembra una necessità, vista la povertà estrema della produzione. L'operatore, peraltro, in alcune scene pare muoversi in modo del tutto inconsulto, al punto da ostacolare i  movimenti degli attori, costretti a fare i salti mortali per non sbattere contro l'obiettivo della cinepresa.

Il cast, come detto, fa semplicemente ridere. Di tutti i totem inespressivi visti negli spaghetti, Jeff Cameron - l'italianissimo Nino Scarciofolo (sic) - è probabilmente il più inespressivo e il meno totemico. Si aggira per la pellicola con il fare di un turista spaesato: quando si lancia ad affrontare i nemici ha la stessa aria tesa di un ottantenne che si reca alle poste ad incassare la pensione. Il non plus ultra però è rappresentato da un inenarrabile Gordon Mitchell, capace di dare nuova linfa al concetto di "cagneria": alterna movimenti e pose scultoree da teatro elisabettiano a repentini cambi d'umore ed espressione da clown del Circo Togni, producendo effetti comici difficilmente eguagliabili. Kinski al solito si salva, ma d'altronde a lui basta la faccia. E basta, eccome, anche alla bellissima Simonetta Vitelli, figlia del regista, nonostante un trucco orrendo che la fa sembrare una emo dei nostri giorni. Impossibile non citare, infine, l'apparizione cult di Renzo Arbore nei panni di uno sceriffo, con tanto di enorme stellone di cartapesta attaccato al giaccone.

Del tutto inutile riportare incongruenze e buchi logici della trama: il film intero sembra un unico grande errore. Se preso con lo spirito giusto può in fin dei conti anche divertire, ma trovarci altri valori è sinceramente impossibile. Fa giusto tenerezza se si pensa allo spirito incrollabile di Fidani e Massaccesi, che giravano nonostante tutto, inventandosi soluzioni artigianali alla mancanza dei più basilari mezzi di produzione, costretti come non bastasse a sopportare le scenate di un Kinski all'apice della strafottenza. Tanto, esauriti tutti gli espedienti possibili, si faceva sempre in tempo ad inserire un'interminabile cavalcata nelle praterie laziali. Altri tempi, anche per il trash.


Paolo D'Andrea

lunedì 28 maggio 2012

i film 30 - Ultima notte a Warlock

1959 ULTIMA NOTTE A WARLOCK (Warlock)
di Edward Dmytryk, con Richard Widmark, Henry Fonda, Anthony Quinn, Dorothy Malone, Dolores Michaels

Classicissimo anni cinquanta.
Più che per la trama piuttosto classica – il pistolero che viene da fuori a mettere ordine nella città senza legge, occasione per il solito discorso sulla contrapposizione tra ordine e individualismo – vale per lo scavo psicologico e la complessità dei caratteri dei protagonisti.
Se Richard Widmark – grande come psicopatico nei noir come Il bacio della morte, ma un po’ legnoso come interprete western – è una figura di sceriffo ben realizzata ma che finisce per risultare un po’ manichea, il pistolero nerovestito e dalle pistole d'oro di Henry Fonda e, soprattutto, il gambler zoppo di Anthony Quinn, morbosamente “innamorato” di Fonda, possono tranquillamente essere ascritti tra i più grandi personaggi di tutto il cinema western.



Per i primi tre quarti il film si mantiene su un ritmo di attesa, piuttosto lento e indolente, ma il finale è assolutamente esplosivo e memorabile, con ben tre duelli, uno più particolare e bello dell’altro, tutti con una loro precisa valenza simbolica: quello tra Widmark e la banda dei “pareggiatori”, quello notturno tra Fonda e Quinn e infine quello conclusivo, sorprendente, tra Widmark e Fonda.
Non mancano preziosismi e raffinatezze di sceneggiatura e regia, al di là del celebre rapporto sotterraneamente omosessuale tra Fonda e Quinn: lo sceriffo Widmark dal tormentato passato di assassino che si innamora di quella che evidentemente non è altri che una prostituta, Fonda che invece abbandona la ragazza di buona famiglia e il matrimonio per inseguire il suo destino di assassino, la tranquilla e morigerata comunità osservata con uno sguardo a metà tra il compatimento e il disprezzo.

venerdì 25 maggio 2012

i registi 13 - Joaquìn Luis Romero Marchent 2

JOAQUÌN LUIS ROMERO MARCHENT
Il maestro dimenticato 



Parte 2 – Dopo Sergio Leone

Con l’esplosione degli spaghetti western italiani Marchent (e con lui tutto il western spagnolo, il cosiddetto "chorizo western") è declassato da autore di primo piano e con budget di tutto rispetto a regista di secondo piano alle prese con budget risicati. Se i suoi primi western avevano goduto di enorme successo commerciale, soprattutto in Spagna, da qui in avanti le sue pellicole passano totalmente inosservate e ancora oggi vengono prese in scarsa o nessuna considerazione. Anche se a vederli ci si accorge che alla bellissima trilogia iniziale del regista hanno da invidiare solo la ricchezza dei budget.


1964 LA MUERTE CUMPLE CONDENA (100.000 dollari per Lassister) 
di Joaquìn Luis Romero Marchent con Robert Hundar, Pamela Tudor, Luigi Pistilli, Jesus Puente, Roberto Camardiel, José Bódalo, Aldo Sambrell, Benito Stefanelli, Robert Johnson Jr

E di serie B è appunto la produzione di "100.000 dollari per Lassister" (ma il titolo spagnolo è tipicamente alla Marchent: "La morte esegue la condanna"). Girato in contemporanea a "Per un pugno di dollari" e "Una pistola per Ringo", a livello stilistico non ha assolutamente nulla dei nascenti spaghetti western, è invece un elegante e asciuttissimo western all'americana, il cui modello principale sembra Budd Boetticher, con un intreccio che riprende spunti da "Il cavaliere della valle solitaria", contaminato da parecchi spunti da commedia. 

Ma il protagonista, Lassister, finta aria da avvocato e pieno di trucchi, ha già il cinismo avido e sornione dello straniero senza nome di Leone e l'aria beffarda e indifferente del primo Ringo. Lo interpreta l'attore icona di Marchent, un irresistibile Robert Hundar/Claudio Ungari, un attore che davvero meritava infinitamente più fortuna. La trama vede un prepotente ranchero ridotto su una sedia a rotelle che vuole cancellare il suo passato da bandito. Suo malgrado deve rivolgersi al misterioso protagonista, che per i suoi servigi pretende la cifra del titolo italiano. Il tono è brillante ed ironico, ma il film è molto più sofisticato e complesso di quel che può apparire. Anche se dissimulata è infatti l'ennesima storia di vendetta dal finale pessimista alla Marchent. Una delle trovate più originali del film è l'aver donato una personalità e dell'umanità ai tipici pistoleri di cui si circonda il cattivo. Le loro morti, spesso inaspettate, lasciano un retrogusto amaro. Hanno le facce indimenticabili di Aldo Sambrell (taciturno e spietato), Luigi Pistilli (calmo e professionale), Benito Stefanelli (riluttante e in fondo onesto). A loro va aggiunto il notevole personaggio del figliastro del cattivo, amletico e psicotico. Decisamente originali anche i personaggi della tipica vedovella (molto) gnocca e dei suoi due frugoletti, che rapinano gli incauti viaggiatori, con tanto di zio che è uno sciacallo che spoglia i morti. Un film interessante e divertente, che sorprende e spiazza gli spettatori, come il suo protagonista sorprende e spiazza i suoi avversari.


1965 EL OCASO DE UN PISTOLERO (Mani di pistolero o Destino di un pistolero)
di Joaquìn Luis Romero Marchent e Rafael Romero Marchent con Craig Hill, Piero Lulli, Gloria Milland, Carlos Romero Marchent, Conchita Núñez, Jesús Puente, José Guardiola, Raf Baldassarre 

Diretto insieme al fratello esordiente Rafael, che firma ufficialmente la regia. Ma una volta visto il film, riscontrata l’eleganza con cui è girato e tenuto conto dei magrissimi risultati ottenuti poi dall'anonimo Rafael nel genere, ci sono pochi dubbi su a chi vada effettivamente attribuito. Il film segna la rottura tra Marchent e i produttori italiani. In un certo senso è anche il suo addio agli "spaghetti" in generale. Indispettito nel non veder riconosciuta la sua importanza nel genere e nel vedersi considerato un regista di serie B, meno considerato degli emergenti colleghi italiani, manda a quel paese tutti quanti e praticamente si ritira dalla carriera come regista, lasciando il campo al fratello Rafael, che invece diventerà uno dei registi più prolifici del versante spagnolo degli spaghetti, dirigendo una dozzina di titoli (occhio e croce tutti di serie F o Z).

Dopo la parentesi brillante per quanto amara del film precedente, sul West di Marchent cala nuovamente quell'atmosfera di ineluttabile tristezza e pessimismo cosmico che sono il suo marchio di fabbrica. E' un complesso e crepuscolare western psicologico, dallo stile elegante e secco, come sempre incentrato sulla velenosa contagiosità della vendetta e della violenza. E' anche il memorabile e intenso esordio nel genere per Craig Hill, che replicherà subito dopo con il folgorante Per il gusto di uccidere di Tonino Valerii. Un vero peccato che il resto della sua carriera non sia decisamente proseguita sugli stessi livelli. Mentre fugge dalla legge con la famiglia appresso, un pistolero vede suo figlio in fasce colpito per errore da uno sceriffo. La fuga continua al rallentatore nei suggestivi titoli di testa. Alla fine dei titoli il protagonista si risveglia, con moglie e figlio accanto a lui. Il prologo era solo un tormentato ricordo? Seguono venti minuti di western bucolico, tra coppiette felici e cani scondinzolanti, che sembra preannunciare l' ennesima variante de "La pistola sepolta", con il pistolero che ha appeso la pistola al chiodo e che, costretto dagli eventi, riprenderà in mano per difendere la pace della famiglia e della comunità. Invece è tutta un' illusione. La felicità del protagonista e di sua moglie si basa su una tragica menzogna e la violenza esploderà devastante e senza pietà per nessuno. La seconda metà del film, con lo scatenarsi di una tragica e sanguinosissima faida e la discesa del protagonista in una spirale di violenza e autodistruzione è grandissima scuola western. Con splendida ambiguità la rigorosa condanna morale della violenza da parte dell'autore non impedisce allo spettatore di esaltarsi nelle scene in cui il protagonista fredda ad uno ad uno i suoi nemici. Finalone epico alla Marchent, tragico e al solito senza scampo per nessuno. 


1967 FEDRA WEST (Io non perdono... uccido) 
di Joaquìn Luis Romero Marchent con James Philbrook, Norma Bengell, Simón Andreu, Luis Induni, Emil C. Caba, Maria Silva

In piena epoca d’oro dei western spaghetti, Marchent non solo non si adegua all’andazzo generale, ma ispirandosi nientemeno che al mito greco di Fedra (la moglie che ha una relazione con il figliastro provocando volutamente l'ira omicida del marito) gira un'autentica tragedia ambientata nel West, un cupo dramma famigliare e psicologico che rifiuta tutti canoni dei modelli italiani, a cominciare dalla figura del protagonista, un giovane avvocato pacifista che rifiuta la violenza, incarnata invece dal padre, un ranchero dispotico che passa il suo tempo a torturare e linciare i ladri di bestiame.

Il film maledetto di Marchent, probabilmente ispirato al celeberrimo "Duello al sole" di King Vidor. Potrebbe essere il film in cui il lato melodrammatico è sfuggito dalle mani al regista, ma se è folle, eccentrico e violento come appare sulla carta potrebbe essere invece uno dei suoi capolavori. Purtroppo ne possiamo parlare solo per sentito dire, perché la pellicola è praticamente introvabile. Ad oggi ne circola solo una rara copia in inglese, malmessa e gravemente mutilata di molte scene, tanto da rendere persino difficile il capirne la storia.

Dovrebbe trattarsi di un film piuttosto torrido, sia dal punto di vista della violenza che del sesso. (Cosa singolare considerando che si tratta di un film quasi interamente spagnolo e la la censura franchista di allora era particolarmente severa verso i film autoctoni, mentre per ovvie ragioni economiche chiudeva invece un occhio sulle coproduzioni a maggioranza italiana). L'affascinante Norma Bengell era stata protagonista di un altro western spaghetti atipico e con al centro una tragedia famigliare, il bellissimo I crudeli di Sergio Corbucci.

Per una volta il titolo italiano era migliore di quello spagnolo.


1970 UN PAR DE ASESINOS (Lo irritarono... e Santana fece piazza pulita)
di Rafael Romero Marchent con Gianni Garko, William Bogart, María Silva, Andres Mejuto, Carlos Romero Marchent, Raf Baldassarre, Cris Huerta 

Film interamente diretto dal fratello Rafael, ma di cui il Marchent maggiore firma soggetto e sceneggiatura, che sono infatti la parte più interessante del film. Peccato che a dirigere tutto ci sia appunto il fratello minore, che anche qui come in tutti e dodici i suoi western si conferma regista senza un vero stile, smorto e trasandato. 

Film in Italia afflitto anche dal solito titolo per gonzi. Il sempre ottimo Garko in origine si chiama Larry e il personaggio che interpreta non ha nulla a che vedere con il suo Sartana, con la “r” o con la “n” che dir si voglia. Ricorda molto il Sundance Kid di Robert Redford piuttosto, anche per via del doppiaggio. Infatti siamo dalle parti delle pellicole con al centro una coppia di criminali simpatici che se la vedono con criminali antipatici e sceriffi più o meno onesti. Il compare di Garko è il gigionesco William Bogart, nome d’arte anglofono, faccia da messicano, ma che in realtà è un italianissimo Guglielmo Spoletini. Sempre ricalcando il modello di Butch Cassidy, ad un certo punto entra in scena anche una bellissima pupa come terzo componente della banda, non meno cinica e spietata dai due compari.

L’originalità della storia scritta da Marchent sta proprio nel fatto che i due protagonisti rendono giustizia al titolo originale: "Un par de asesinos". Sono quindi davvero una coppia di assassini senza scrupoli e amorali, nulla a che vedere con i fuorilegge romantici interpretati dalla coppia Paul Newman e Robert Redford, anche perché sono per altro prontissimi ad uccidersi anche l'un l'altro. Se suscitano la simpatia degli spettatori è solo perché hanno a che fare con gente infinitamente peggiore di loro. Come l’inquietante famiglia Kirby, che entra in scena a metà film con una lunga e crudele mattanza stile Manson Family (sequenza probabilmente aggiunta per allungare il brodo ma di una torva efficacia) e ne esce poche scene dopo, passando dal ruolo di carnefici a quello di vittime, quando finiscono nelle mani non meno spietate dei due protagonisti. In definitiva un western picaresco girato in modo povero e sbrigativo, ma nobilitato da un cast di prim'ordine e da una visione autenticamente cinica del west. 


1972 CONDENADOS A VIVIR (Cut Throats Nine)
di Joaquin Luis Romero Marchent, con Robert Hundar, Emma Cohen, Alberto Dalbés, Antonio Iranzo, Manuel Tejada, Ricardo Dàaz, José Manuel Martín

Il definitivo addio al western e il capolavoro crepuscolare di Marchent. Ha poco del western e ancor meno dello spaghetti, assomiglia più ad un horror e ad un certo tipo di film d'autore che andavano di moda all'epoca, da Polansky a Joseph Losey.

"Western interamente spagnolo, mai distribuito in Italia e famoso per essere considerato da più parti come il più violento, crudo ed estremo mai realizzato. In realtà secondo il protagonista, il grande Robert Hundar (al secolo Claudio Undari, il primo eroe in assoluto del nostro cinema western e per grinta e prestanza fisica una specie di Charlton Heston italiano), il film esisterebbe in double version: una soft per il mercato spagnolo e una molto più efferata per il mercato americano, per la quale su richiesta del distributore vennero realizzati appositamente degli “inserti” per renderla più forte (nelle proiezioni venivano addirittura date agli spettatori delle mascherine per “proteggersi” contro le scene troppo raccapriccianti). La cosa, in effetti, sembra abbastanza evidente, perché alcune scene di violenza sono realizzate in modo piuttosto asciutto e senza esibizione di sangue, mentre altre in modo molto più efferato e con close-up scioccante, dando proprio l’idea di essere state “rafforzate”. Da dire, comunque, che i dettagli shock sono perfettamente inseriti nello sviluppo delle trama e ben legati con il resto del girato e anzi contribuiscono senza dubbio ad accrescere il fascino malsano del film, in cui l’utilizzo dello splatter in chiave decisamente espressiva anticipa di parecchio gli horror del nostro Lucio Fulci. 
Al di là delle scene cruente, comunque, si tratta in ogni caso di un bellissimo film, sicuramente un “unicum” all’interno del genere spaghetti, con cui ha veramente pochissimi punti in comune, talmente “nero”, angosciante ed allucinato che al confronto Il grande silenzio sembra quasi un ottimistico inno alla vita.

Un soldato dell’esercito accompagnato dalla giovane figlia sta scortando un gruppo di pericolosi assassini incatenati tra di loro fino a una prigione nelle montagne. Il carro viene assalito da una banda di predoni e dopo uno scontro a fuoco, nel quale i soldati di scorta vengono uccisi, il carro distrutto e i cavalli perduti, il sergente si trova a dover condurre a piedi se stesso, la figlia e i selvaggi criminali attraverso le montagne piene di neve. Il viaggio, già di per sé effettuato in condizioni impossibili e disumane, si trasformerà in un autentico gioco al massacro quando i prigionieri scopriranno che le catene che li legano sono fatte d’oro. In un’escalation di orrore senza limiti i banditi si daranno da fare per massacrare il sergente e violentare la figlia. Finirà malissimo per tutti in uno dei finali più cinici e nichilisti mai visti al cinema.

E’ un western nerissimo senza eroi e senza nessuna speranza, quello di Marchent, a cui la fotografia dalle tonalità cupe, la musica sinistra e l'uso straniante del flashback donano un’atmosfere lugubre e malata, molto vicina all’horror e a certi racconti di Ambrose Bierce, girato visibilmente con pochissimi mezzi (c’è una scena simile a quella de Il buono, il buono, il cattivo, in cui i prigionieri per liberarsi dalle catene le appoggiano sulle rotaie della ferrovia, risolta ingegnosamente senza far vedere il treno, che evidentemente non c’era a disposizione), ma con pochi eguali per cattiveria e crudeltà: ogni azione è in esclusiva funzione della lotta per la sopravvivenza e a dominare su tutto sono le pulsioni e la ferocia degli uomini, mentre l’indifferenza della natura, con l’ambientazione nevosa nelle montagne ad aggiungere un ulteriore tocco di gelida desolazione, fa da silenziosa spettatrice." (Mauro Mihich)

"Tutto è portato al limite, per prima cosa il corpo umano, variamente dilaniato ed umiliato, l'istinto di sopravvivenza e l'avidità, che sfociano nella violenza, ma anche e soprattutto il linguaggio cinematografico stesso: far uscire di scena il protagonista (che il regista non manca di dichiarare tale attraverso l'utilizzo della voce fuori campo) dopo nemmeno un'ora non è cosa da poco in quanto a trasgressione! Il limite è anche quello oltre il quale la macchina da presa non può spingersi: Marchent lo sfida, mostrandoci quelle che potrebbero benissimo essere le prime budella della storia del cinema. L'uso di flashback ed ellissi è esemplare, il rewind sulla casa crollata è un colpo di genio e Undari avrebbe davvero meritato maggior fortuna. Un cinema così libero non esiste più." (Paolo D’Andrea)

Quello che che è probabilmente l'ultimo grande maestro del cinema western ancora in vita, attualmente vive a Madrid ormai novantenne.  

martedì 22 maggio 2012

i film 29 - Matalo!


1970 MATALO!  
di Cesare Canevari, con Lou Castel, Corrado Pani, Antonio Salines, Luis Dávila, Claudia Gravy, Ana Maria Noe, Ana Maria Mendoza, Mirella Pamphili 

Lo spaghetti-western più sperimentale e surrealista che sia mai stato girato, oltre che probabilmente quello con meno dialoghi in assoluto, visto che a parte qualche parola fuori campo le battute si contano sulle dita di una mano.
La trama è nient'altro che un pretesto e il film è interamente costruito sullo stile e la parte visiva, sottolineata da una dissonante colonna sonora di rock psichedelico.
Impossibile rendere conto di tutti i virtuosismi della regia e delle prodezze della macchina da presa (ben quattro gli operatori accreditati), tra i quali citiamo almeno l’inizio musicale di dieci minuti con l’arrivo dei banditi e Corrado Pani fuori fuoco e con il cappio al collo; il dolly che segue il lancio del boomerang salendo sopra i tetti per poi abbattersi in primo piano in faccia ad Antonio Salines; la sparatoria finale con la cinepresa che lascia fuori campo i protagonisti che vengono uccisi (inquadrati solo nel piano sequenza finale); l’immagine che oscilla al suono delle campane; le lunghe scene girate interamente con la camera a mano.
Grande ruolo nella riuscita dell’opera hanno anche il montaggio, onirico ed elittico, e la fotografia, oscillante in singolare contrasto tra i toni accesi del deserto e il buio della città fantasma.



Il regista Cesare Canevari (autore di un solo altro western, molto più convenzionale e molto meno riuscito, Per un dollaro a Tucson si muore) spinge notevolmente sui pedali della violenza e del sadismo, ma stranamente non su quello dell’erotismo (nonostante sia principalmente conosciuto per film erotici come Io, Emmanuele, La principessa nuda e L’ultima orgia del Terzo Reich), malgrado un paio di attrici che si presterebbero bene (in particolare Claudia Gravy, che si aggira per tutto il film con un succinto e incredibile abitino anni sessanta).
Del tutto atipico e singolare anche l’aspetto thriller, con giochi di ombre e occhi dilatati che spiano nel buio come nei film di Dario Argento.
Gli interpreti sono tutti perennemente sopra le righe, tranne un impassibile Lou Castel armato di boomerang, attore dotato di poca espressività ma che sullo schermo funzionava benissimo.



Oltre che il maggior pregio del film la sua eccentricità ne costituisce anche il limite, con una parte centrale troppo ridondante, alcuni personaggi non adeguatamente approfonditi (la bionda di Ana Maria Noe, ad esempio) ed alcuni momenti, come la tortura di Castel, eccessivamente lunghi e monocordi, in cui il film arranca e soffre un po’ per mancanza di ritmo.
Pur con questi suoi limiti il film rimane comunque fondamentale testimonianza della libertà creativa possibile in Italia negli anni settanta all’interno di un genere commerciale come il western.

lunedì 21 maggio 2012

i registi 13 - Joaquìn Luis Romero Marchent 1

JOAQUÌN LUIS ROMERO MARCHENT
Il maestro dimenticato 



Parte 1 - Prima di Sergio Leone

Regista spagnolo, classe 1921, il novantenne Joaquìn Luis Romero Marchent è semplicemente uno dei grandissimi del cinema western, non solo europeo. Autore di grande classe, con una sua affascinante e originale visione del western. Autore che non ha nulla a che fare con l'iconografia tradizionale degli spaghetti western, che anzi ripudiò polemicamente, e che più che ai colleghi italiani va confrontato e messo sullo stesso piano dei maestri americani.

Un maestro quasi totalmente sconosciuto nel nostro paese, dato che sfiorò soltanto il western all'italiana, realizzando i suoi film più belli prima della moda degli "spaghetti" esplosa con i film di Sergio Leone e poi tenendosi lontano dagli schemi del genere per i suoi film successivi. Regista fondamentale per il genere fin dalla sua preistoria, con all'attivo due film del Zorro spagnolo, El Coyote, e altri due con lo Zorro originale (ne dirigerà un terzo negli anni '70). Con la sua trilogia di western incentrata sulla vendetta, tema che ritorna ossessivamente in tutti i suoi film, otterrà un successo strepitoso in Spagna, spianando la strada ai western all’italiana. Sarà un autore fondamentale anche della fase crepuscolare del genere.

Assolutamente da non confondere con il fratello Rafael Romero Marchent, altrettanto prolifico nel genere, ma infinitamente meno dotato.

I suoi western:
1962 TRES HOMBRE BUENOS (I tre implacabili)
1963 EL SABOR DE LA VENGANZA (I tre spietati)
1963 ANTES LLEGA LA MUERTE (I sette del Texas)
1964 AVVENTURAS DEL OESTE (Sette ore di fuoco)
1964 LA MUERTE CUMPLE CONDENA (100.000 dollari per Lassister)
1965 EL OCASO DE UN PISTOLERO (Mani di pistolero)
1967 FEDRA WEST (Io non perdono... uccido)
1972 CONDENADOS A VIVIR (Cut Throats Nine)


1962 TRES HOMBRE BUENOS (I tre implacabili)
di Joaquìn Luis Romero Marchent con Geoffrey Horne, Robert Hundar, Paul Piaget, Turia Nelson, Fernando Sancho

Affascinante primo capitolo della trilogia sulla vendetta. Il protagonista (attenzione: un latino), va in cerca, con un amico pistolero, dei sette assassini che gli hanno ammazzato la moglie. Dopo aver vagato per anni come in "Sentieri Selvaggi" e averne fatti fuori cinque, tornerà al paese per fare i conti con il misterioso capo della banda e, a tempo perso, far piazza pulita di un sindaco e uno sceriffo corrotti che spadroneggiano con la loro banda. Al paese i due troveranno un efficace alleato in un simpatico messicano. Dalla trama può sembrare poco più di un secco e veloce western americano di serie B. E in effetti l'elegantissima regia, il ritmo spedito, le musiche, la fotografia e il tipo di recitazione guardano a quei modelli. Ma c'è qualcosa di più. Per cominciare un' aria funerea, intrisa di tipica melodrammaticità latina, dove tutto è esasperato, con scene tipo il marito che tenta di rianimare il cadavere della moglie (che era pure incinta) e la cui ossessione per la vendetta sarà totalizzante. Mezzi personaggi vestiti di nero, l'ambientazione invernale e la riuscita parte gialla e misteriosa, con un assassino che agisce nell'ombra, completano il tono del film.

C'è qualche particolare bizzarro che anticipa gli "spaghetti": delle spille usate per segnare ogni assassino ucciso, un paio di duelli nel buio di una cantina che nascondono un ingegnoso trucco, l'esasperata sparatoria finale. Il modo di agire dei tre protagonisti ricorda un po' quello del nostrano Tex Willer e dei suoi pards, infatti i personaggi sono tratti da una serie di romanzi western pulp molto nota in Spagna. Unico grosso limite del film, un cast dalle facce anonime, per quanto tutti gli attori siano ottimamente diretti. Fanno macchia, non a caso, due volti che diventeranno tipici degli "spaghetti": il solito, onnipresente, Fernando Sancho, che qui come negli atri due film interpreta dei personaggi insolitamente positivi e l'italiano Robert Hundar (Claudio Undari - un altro grande del nostro western dimenticato), che qui invece fa il cattivo a tutto tondo. Incassò benissimo anche in Italia e fu il primissimo western europeo a vedere una partecipazione italiana. Per ora solo a livello produttivo. Per ora...


1963 EL SABOR DE LA VENGANZA (I tre spietati)
di Joaquìn Luis Romero Marchent con Richard Harrison, Robert Hundar, Gloria Milland, Miguel Palenzuela, Fernando Sancho

Lasciati indietro gli elementi da feuilleton e i toni noir dell’esordio, Marchent dirige mirabilmente un western ancor più “americano” e dall’aria più moderna, ispirato ai classici di Anthony Mann. Assolutamente personali restano gli elementi melodrammatici e quel velo di tristezza e malinconia che ricopre i personaggi. La storia ci mostra come la violenza contamini e marchi a fondo anche l’animo delle vittime. Tre bambini vedono uccidere il padre da dei banditi e la madre li cresce nel culto della vendetta. Cresciuti scelgono tre strade diverse: uno decide di rifarsi una vita, un altro (Richard Harrison) diventa un integerrimo uomo di legge, mentre il terzo (Robert Hundar) diventa un fuorilegge. Quando si tratterà di compiere la vendetta ovviamente sarà scontro fraterno.

La distinzione morale tra i personaggi sfugge il manicheismo, tutti i personaggi hanno più sfaccettature e una psicologia complessa. Il fratello uomo di legge è ossessionato e accecato dalle leggi almeno quanto il fratello fuorilegge è ossessionato dalla vendetta. E il personaggio più affascinante è proprio quello di un imponente Robert Hundar, cinico, cupo, tormentato. Bellissimo anche il personaggio della madre (la bellissima moglie del regista Gloria Milland, che rifulgerà ancora di più nel film successivo), che si rende troppo tardi di aver involontariamente avvelenato l’esistenza dei figli. Splendido il finale triste e melodrammatico. Anche questo film ha un enorme successo. Anche in Italia fa ottimi incassi e qualcuno a Cinecittà comincia a chiedersi cosa succederebbe se si iniziassero a produrre western direttamente nel nostro paese...


1963 ANTES LLEGA LA MUERTE (I sette del Texas)
di Joaquìn Luis Romero Marchent con Paul Piaget, Robert Hundar, Fernando Sancho, Gloria Milland, Jesus Puente, Raf Baldassarre

CAPOLAVORO con tutte le maiuscole del caso. Non solo uno dei più bei western europei, ma un film che merita di essere considerato un classico del genere in generale. Anche uno dei western più sommessamente disperati e malinconici mai girati, con un finale melodrammatico da pelle d’oca. Il riferimento principale mi pare ancora Anthony Mann, ma ormai Marchent vola alto con ali sue, con uno stile e dei punti fermi personali e già riconoscibili.

"Ancora ovviamente molto agganciato al modello classico americano, ma già con alcune notevoli componenti “spaghetti”: una certa crudezza nelle scene violente, con abbondante uso di sangue, una certa aria di disincanto, un certo modo di inquadrare. E poi il bellissimo paesaggio desertico dell’Almerìa, il personaggio di Robert Hundar che si chiama già Ringo, le musiche di Riz Ortolani. C’è già anche Fernando Sancho (qui rinominato per l’occasione Fernand Sancho). In più Marchent ci aggiunge una sua personale concezione autoriale in cui mescola il western con il melodramma, con un uso spinto di un grandissimo romanticismo, però sempre misurato e mai fuori dalle righe, che dona al film un pathos davvero riuscito e coinvolgente.
Su tutta la storia grava, infatti, un’atmosfera di imminente e ineluttabile tragedia, con i protagonisti che sembrano loro malgrado convinti –nonostante siano mossi dai più alti e nobili ideali- che il destino che li aspetta non potrà che essere tragico.
Produttivamente è un film ricchissimo: alto budget, moltissime settimane di lavorazione dalle montagne ai deserti della Spagna, una storia dalla costruzione solida e robusta, con una bella sceneggiatura di buon scavo psicologico, grandi scene di massa (c’è un attacco indiano al forte che da' parecchi punti ai contemporanei western americani) e buoni attori.
Robert Hundar (che è il primo cowboy in assoluto del nostro cinema e per grinta e prestanza fisica una specie di Charlton Heston italiano), ricorda che la scena finale del deserto con i protagonisti senz’acqua è così verosimigliante perché anche gli stessi attori si ritrovarono completamente isolati in Almerìa con i rifornimenti che tardavano ad arrivare." (Mauro Mihich)

Non si sa dove i distributori nostrani hanno contato i sette dell'imbecillissimo titolo italiano (escludendo una macchietta cinese, i protagonisti maschili del film sono nove, o sei se si escludono i tre traditori), la cui insipienza è probabilmente uno dei motivi per cui il film è così poco ricordato da noi. Il titolo originale è meraviglioso: "Arriva prima la morte". Assolutamente da riscoprire.


1964 AVVENTURAS DEL OESTE (Sette ore di fuoco)
di Joaquìn Luis Romero Marchent con Clyde Rogers, Adrian Hoven, Kurt Großkurth, Helga Sommerfeld, Raf Baldassarre, Chris Huerta, Lorenzo Robledo, Gloria Milland

Nel 1964 Marchent commette l'errore della sua vita dirigendo questo suo quarto western (da noi intitolato "Sette ore di fuoco", titolo tra i più fuorvianti considerato che la storia parte addirittura raccontando l’infanzia di Buffalo Bill). Senza minimamente aver colto l'aria dei tempi, Marchent realizza non solo un western ultraclassico, ma un film da museo delle cere, con protagonisti i più polverosi e consunti miti del West: Buffalo Bill, Wild Bill Hicock, Calamity Jane, Nuvola Rossa, prendendosi pure enormi libertà . Il film sparisce rapidamente dalle scene, ma non è l'insuccesso commerciale il vero problema, il peggio è che questo film bolla Marchent come regista improvvisamente "vecchio", con una visione del western ormai superata nell’anno di "Per un pugno di dollari", a cui al massimo affidare solo produzioni di seconda e terza fila...

E per una volta non si può dare del tutto torto ai produttori: il film è davvero "vecchio". Senza la naturale compostezza dei prodotti hollywoodiani che vorrebbe imitare, la sensazione è quella di guardare qualcosa di costantemente fuori fuoco e sbiadito. Sembra un film imbalsamato fin dai titoli di testa, corredati di eroiche illustrazione stile album delle figurine e musichetta pomposa. Segue un'ora e mezza di luoghi comuni da western americano che dovevano sembrare esausti già vent'anni prima, tra carovane di pionieri bonaccioni, fortini pieni di linde giacche blu e praterie brulicanti di infidi indiani massacratori. Ciliegina sulla torta, una retorica anti - indiana decisamente fastidiosa in un film del 1964. Gli unici indiani buoni sono quelli guidati da un bianco, uno convertito al cristianesimo e, ovviamente, quelli morti. Anche se si ha l'impressione che lo stesso Marchent non prendesse troppo sul serio questo suo Far West da parrocchia, con fintissimi ma coloratissimi indiani e riferimenti storici allegramente deformati. La mano del regista si intravede in qualche efficace scena di battaglia, tutte messe in scena con un budget che sembra di tutto rispetto, ma resta di gran lunga l'unico titolo trascurabile dei suoi otto western.

Si ritagliano quasi un film tutto loro i personaggi di Wild Bill Hicock (caratterizzato visivamente come un normalissimo cowboy, senza neanche i celebri baffi) e la Calamity Jane della solita Gloria Milland. Nonostante vengano presentati come due macchiette alcolizzate, sono gli unici due personaggi del film dotati di umanità. Nel descrivere la storia della coppia Marchent ritrova un po' della sua tipica malinconia. Meritavano di essere i protagonisti, molto di più di uno dei Buffalo Bill più monodimensionali e antipatici mai visti.

Continua...

venerdì 18 maggio 2012

i film 28 - Dead Man



1995 DEAD MAN
di Jim Jarmusch con Johnny Depp, Lance Henriksen, Gary Farmer, Mili Avital, Crispin Glover, Michael Wincott, Eugene Byrd, John Hurt, Robert Mitchum, Gabriel Byrne, Alfred Molina, Iggy Pop, Billy Bob Thornton

Allucinato capolavoro visionario di Jarmush. Un'opera sgangherata e unica come un po' tutto il cinema del regista, autore in passato a volte anche un po' lezioso, ma sempre interessante e che con questo film e i successivi (Ghost Dog, Broken Flowers, The Limits of Control) si è affermato come uno dei grandi solitari del cinema recente.
Il lungo viaggio verso la morte di William Blake, timido contabile di Cleveland, che si può anche leggere metaforicamente come quello di un intero genere, il western, che completamente spogliato dall’aurea mitica della sua variante classica e di quella nostalgica di quella crepuscolare, rimane solo come desolato scenario su cui si muovono come ombre delle trasognate figure ormai in bilico sull’oltretomba.


Il west più sordido e devastato mai visto sullo schermo, con una città mineraria sovrastata da una enorme fabbrica e il cui commercio più fiorente sembra essere quello di bare e una frontiera popolata da cacciatori di opossum gay, cacciatori di taglie cannibali e indiani filosofi ultimi depositari delle reliquie di una trascendente spiritualità. L’andamento è lento, ipnotico e prosegue più per suggestioni e allegorie che seguendo un vero flusso narrativo, in un alternarsi di sequenze di grande forza, improvvisa violenza, commovente bellezza, lacerante poesia, evidenziate da uno spoglio bianco e nero di abbacinante splendore e dal lancinante commento musicale di Neil Young (tre note in croce per tutto il film, molte parti rumoristiche, ma in molte scene l'unione tra immagini e musica è semplicemente devastante - due anni dopo Jarmush ringrazierà Young girando su di lui uno splendido documentario on the road: Years Of The Horse).


Un Cuore di tenebra nel West, ma senza neanche un colonnello Kurtz da assassinare nel finale, solo un lungo viaggio verso il nulla. Ma anche uno dei rari western degli ultimi trent'anni non ripiegati sul passato glorioso e ingombrante del genere, che ha saputo utilizzarlo per creare sequenze memorabili e originali: il prologo in treno dai tempi dilatati, i titoli di testa con la chitarra di Neil Young che "manda in pezzi" il titolo scritto con le ossa, la camminata di Johnny Depp nelle strade di Machine stracolme di simboli di morte, la fuga tra i fiori di carta bianchi nel fango, la visione di Nessuno con il Peyote, Iggy Pop vestito da donna che vaneggia su "Riccioli d'oro" e filistei, l'assassinio degli sceriffi gemelli Lee e Marvin ("Sei tu William Blake?" "Sono io... conosci le mie poesie?" BANG), la cavalcata tra le sequoie, il ritrovamento del cucciolo di cerbiatto morto, la sparatoria al trading post, il viaggio sul fiume, l'infinita camminata finale al rallentatore nel villaggio dei Klamaths, l'ultimo viaggio verso il mare aperto.


Johnny Depp è perfetto con il suo faccino da bravo ragazzo nel far risaltare lo spaesamento del protagonista di fronte alla nuova dimensione che gli si apre davanti. Gary Farmer è l’indiano Nessuno, “Colui che parla ad alta voce senza dire niente” e che come un novello Caronte traghetta il protagonista fino al termine della vita. Il suo tormentone "stupid white man!" in America è diventato proverbiale, tanto da essere parafrasato da Micheal Moore per un suo libro. Lance Henriksen interpreta la più delirante e grottesca figura di bounty killer mai apparsa in un western. Ma ci sono anche Iggy Pop vestito da donna, il bounty killer chiaccherone di Michael Wincott, Billy Bob Thornton irriconoscibile sotto il barbone di un cacciatore di opossum, Mili Avital come la più tenera prostituta mai vista, John Hurt, Gabriel Byrne e, soprattutto, il grande Robert Mitchum alla sua ultima apparizione, sogghignante, col sigaro in bocca, doppietta in mano e che parla solo al suo orso impagliato.


Tommaso Sega e Mauro Mihich